Diagnosi Genetica Preimpianto
Diagnosi
Genetica Preimpianto con tipizzazione dell'HLA
La
tipizzazione dell’HLA in fase preimpianto (Preimplantation HLA
matching) si è recentemente proposta quale opzione per coppie con un
figlio affetto da una malattia genetica, la cui cura necessita di
trapianto di cellule staminali da un soggetto HLA compatibile (Verlinsky
et al., 2001; Fiorentino et al., 2004, 2005). Per tali pazienti, la
PGD rappresenta una strategia che consente di individuare e
trasferire gli embrioni che risulteranno, all’analisi genetica, sia
non affetti dalla specifica malattia che HLA compatibili con il
figlio malato. Alla nascita del bambino, le cellule staminali (HSC)
presenti nel cordone ombelicale del nascituro potranno essere
isolate e trapiantate nel figlio malato della coppia, per
consentirne la guarigione.
Questa recente applicazione della PGD si è rivelata di enorme
utilità per questa categoria di pazienti: per la prima volta un
metodo di diagnosi genetica diviene uno “strumento di terapia”.
La strategia in questione è particolarmente indicata per malattie
genetiche quali, per esempio, la beta talassemia, l’ anemia
falciforme, l’anemia Fanconi ed altre emogoblinopatie, curabili
mediante trapianto di cellule staminali HLA compatibili, in cui una
perfetta identità molecolare tra donatore e ricevente, e la
consanguineità del donatore, offrono un’alta possibilità di
sopravvivenza e un ridotto rischio di rigetto o di complicanze post
trapianto a volte fatali.
La presenza di geni HLA identici tra donatore e ricevente è,
infatti, un requisito indispensabile affinché il trapianto abbia un
esito favorevole e non si inneschino fenomeni di rigetto.
Il più
grande studio sul trapianto di midollo per le emoglobinopatie, o
malattie ereditarie dovute a errori nella sintesi dell’emoglobina
come, talassemia e anemia falciforme, comprende oltre 1.000 pazienti
e presenta una percentuale di successi superiore all’90% per
soggetti con età inferiore a 17 anni. Tuttavia a causa della ridotta
dimensione dei nuclei familiari solo un terzo dei pazienti dispone
di una sorella o di un fratello HLA identico. Il 3% degli esclusi
può trovare un donatore con uno o due aplotipi ancestrali identici
utilizzando una ricerca familiare estesa. Per gli altri l’unica
possibilità di guarigione è l’identificazione di un donatore non
consanguineo attraverso l’utilizzo di appositi registri nazionali e
internazionali.
In linea generale, la tipizzazione dell’HLA in fase preimpianto è
indicata in tutti i casi di patologie ematologiche in cui vi sia
un’alterazione grave del compartimento staminale, sia essa intesa
come riduzione quantitativa (aplasia midollare severa), qualitativa
(leucemie o linfomi, in cui avviene una mutazione neoplastica) o per
difetto congenito (es. Talassemia)(Tabella 2). Tale procedura,
quindi, può anche rappresentare un’opzione per coppie non a rischio
genetico (cioè non portatrici di malattie genetiche), che hanno un
figlio affetto da una malattia non ereditaria, come la leucemia o
l’anemia sporadica di Diamond-Blackfan, curabili mediante trapianto
di cellule staminali. In quest’ultimo caso, non essendoci nella
coppia un rischio genetico, la tipizzazione dell’HLA diviene
l’indicazione primaria, e gli embrioni verranno selezionati solo in
base al loro profilo HLA.
Considerazioni di tipo etico hanno reso inizialmente più difficile
l’accesso a questa procedura. Nel caso delle malattie ereditarie,
infatti, la diagnosi genetica preimpianto serve anche per assicurare
la salute del concepito, oltre che a garantire l’istocompatibilità
per la donazione, mentre per malattie non ereditarie il nuovo nato
non trarrebbe alcun vantaggio dalla tecnica utilizzata per
concepirlo. È così che, nell’aprile del 2003, l’Authority britannica
Human Fertilisation & Embryology Authority (HFEA) ha dato il via
libera per eseguire la tipizzazione HLA per curare un bambino
talassemico, mentre l’anno prima aveva respinto un’analoga richiesta
presentata invece da genitori di un piccolo malato di anemia di
Diamond-Blackfan a carattere sporadico. Circa un anno dopo,
tuttavia, la stessa Autority ha rivisto tale posizione, annunciando
la caduta del divieto e autorizzando l’estensione della tipizzazione
dell’HLA preimpianto anche in coppie non a rischio genetico.
In precedenza le coppie con un figlio affetto dalle malattie sopra
descritte, nell’estremo tentativo di curare i propri figli, erano
costrette ad affidarsi alla lotteria genetica della riproduzione
naturale, tentando il concepimento di un altro bambino che fungesse
da donatore e valutando la compatibilità HLA solo a gravidanza
avanzata, attraverso la diagnosi prenatale. In questo modo sono
state ottenute molte gravidanze, di cui una nel 1988 ha portato al
primo trapianto di cellule del cordone ombelicale coronato da
successo.
Tuttavia, bisogna considerare che la probabilità teorica
di generare un figlio che sia sano e, nel contempo, dotato dei geni
HLA compatibili non è molto alta, è soltanto di circa uno su cinque
(~19%). Molte di queste famiglie perciò hanno dovuto affrontare
gravidanze ripetute, ritardando il trapianto e rischiando di dover
scegliere la dolorosa strada dell’aborto, nel caso in cui i feti
fossero risultati malati o, talvolta, anche in caso di sola
accertata non compatibilità fetale. La PGD associata alla
tipizzazione dell’HLA potrà adesso evitare il ricorso alla diagnosi
prenatale, permettendo la selezione ed il successivo trasferimento
in utero solo degli embrioni risultati sani ed HLA compatibili con
il bambino malato della coppia. In confronto, la PGD offre vantaggi
più che evidenti, perché consente di testare un numero elevato di
embrioni per ciascun ciclo, aumentando le possibilità di trovare
quelli con le caratteristiche adatte per la donazione; ma
soprattutto permette di identificare questi embrioni prima che venga
avviata una gravidanza, eliminando il rischio che vengano abortiti i
feti che non risultano HLA compatibili.
Tecnicamente, la tipizzazione dell’HLA in fase preimpianto è una
procedura molto complessa. Non sorprende, quindi, che tale tecnica
sia stata applicata in soli 5 centri al mondo (Stati Uniti, Italia,
Australia, Belgio e Turchia). La casistica internazionale per tale
applicazione non è molto elevata, ed include circa 400 cicli.
L’Italia ha fornito un consistente contributo a tale casistica,
applicando la procedura in 97 coppie, per un totale di 181 cicli,
ottenendo 36 gravidanze cliniche, 20 delle quali già portate a
termine, mentre 8 gravidanze sono ancora in fase di gestazione
(Fiorentino et al., 2004, 2005, 2006). Sette bambini malati hanno
già ottenuto il trapianto con le cellule staminali prelevate dal
sangue del cordone ombelicale, ed adesso sono completamente guariti
(Tabella 3).
Segue:
Analisi genetica del blastomero per tipizzazione HLA

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