Diagnosi Genetica Preimpianto
Diagnosi Genetica
Preimpianto + Tipizzazione HLA: Il caso del piccolo Luca
Francesco Fiorentino e Anver Kuliev
(tratto da Darwin anno 2005 nr. 4 pag. 84-88
Lo scorso settembre in Italia ha fatto clamore il caso di Luca, il
bambino di origine turca affetto da talassemia che è stato curato
con trapianto di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale
delle sue sorelle gemelle. La nascita delle due bambine, non affette
da talassemia e istocompatibili con il fratello maggiore, è stata
resa possibile dal ricorso alle tecniche di fecondazione assistita e
alla diagnosi genetica preimpianto. Da 12 embrioni allo stadio di 8
cellule è stata prelevata una cellula (o blastomero). Il DNA di
queste cellule è stato sottoposto contemporaneamente ad analisi del
DNA per la ricerca di mutazioni associate alla beta talassemia e
tipizzazione del complesso maggiore di istocompatibilità (Human
leukocyte antigen o HLA) mediante reazione di microsequenziamento (minisequencing);
tre embrioni sono risultati privi della malattia e al tempo stesso
dotati di geni dell’HLA identici a quelli di Luca, e quindi adatti a
evitare reazioni di rigetto dopo trapianto. La metodica impiegata,
unica nel suo genere, è stata recentemente pubblicata da un gruppo
di ricercatori italiani sul volume di giugno della rivista Molecular
Human Reproduction (Development and clinical application of a
strategy for preimpiantation genetic diagnosis of single gene
disorders combined with HLA matching, Fiorentino F. et al.,
Molecular Human Reproduction Vol 10, N. 6, pp. 445-460). Da questi
embrioni sono nati due gemelle, il cui cordone ombelicale è servito
per estrarre le cellule staminali che sono state trapiantate al
piccolo Luca al Policlinico San Matteo di Pavia.
Nonostante lo scalpore suscitato da
questa notizia, la diagnosi genetica preimpianto (PGD) – che viene
eseguita sugli embrioni generati in vitro prima del trasferimento in
utero - è una tecnica che ha quasi 15 anni e si è ormai affermata
come opzione clinica nella medicina riproduttiva. Pur essendo stata
introdotta nel 1990 per diagnosticare solo malattie genetiche
caratterizzate da ereditarietà di tipo mendeliano – il primo gene
testato è stato quello per la fibrosi cistica - il campo di
applicazione è andato via via allargandosi.
Attualmente esistono protocolli
diagnostici per oltre 50 malattie monogeniche, autosomiche
dominanti, recessive o legate al cromosoma X. Patologie genetiche
molto diffuse in cui la PGD oggi trova applicazione comprendono
beta-talassemia, anemia falciforme, emofilia A e B, distrofia
muscolare di Duchenne-Becker, distrofia miotonica, fibrosi cistica,
atrofia muscolare spinale, sindrome di Lesch-Nyhan, malattia di
Charcot-Marie-Tooth, alfa-1-antitripsina e X-fragile. Nel 1993-1994
l’introduzione dell’analisi con ibridizzazione in situ con sonde
fluorescenti (FISH) per i disordini cromosomici ha fatto sì che il
numero di cicli di PGD raddoppiasse annualmente. Un altro passo in
avanti è stato fatto a partire dal 1996, quando è diventato
possibile identificare le traslocazioni cromosomiche– alterazioni in
cui un segmento cromosomico cambia posizione – grazie allo sviluppo
di diversi tipi di sonde (dapprima quelle FISH locus-specifiche poi
quelle subtelomeriche). Chi è portatore di traslocazioni bilanciate
– ovvero anomalie di struttura dei cromosomi che non comportano
perdita né guadagno di materiale genetico – è perfettamente sano ma
un’alta percentuale dei suoi gameti può presentare gravi anomalie
cromosomiche. Queste persone hanno una probabilità inferiore alla
media di mettere al mondo figli sani, ma la PGD consente loro di
selezionare gli embrioni privi di traslocazioni sbilanciate.
Un’ulteriore espansione si è verificata nel 1999, quando la tecnica
è stata applicata per la prima volta a malattie a insorgenza
tardiva, come Alzheimer e tumori a base genetica. Si può stimare che
nel mondo siano stati eseguiti in tutto oltre 6000 cicli e che i
bambini nati siano almeno un migliaio. Grazie all’accresciuta
accuratezza dell’analisi genetica e all’allargarsi delle indicazioni
oltre quelle previste per la diagnosi prenatale, il ricorso alla PGD
è in costante crescita. Ogni anno vengono effettuati circa 1000
cicli in tutto il mondo e negli ultimi due anni le nascite avvenute
dopo PGD hanno quasi eguagliato il numero dei bambini venuti al
mondo allo stesso modo nei primi dieci anni di vita della tecnica.
La PGD ha consentito a centinaia di
coppie ad alto rischio di malattie genetiche non solo di avere figli
sani, ma soprattutto di raggiungere questo risultato senza correre
il rischio di un’interruzione di gravidanza dopo una diagnosi
prenatale tradizionale effettuata entro le prime 10-16 settimane di
gestazione (amniocentesi e villocentesi). Senza PGD probabilmente
sarebbero nati ben pochi di questi bambini.
L’impatto numerico maggiore della PGD
comunque riguarda le pratiche standard di riproduzione assistita,
dove questa tecnica che serve per aumentare l’efficienza della
fecondazione in vitro si appresta a diventare di routine per le
coppie in cui la donna ha un’età superiore ai 37 anni e quindi la
qualità degli ovociti è in fase di declino fisiologico oppure per le
coppie in cui le tecnologie convenzionali di riproduzione assistita
non hanno avuto successo. Identificando con l’aiuto di opportune
sonde gli embrioni euploidi, cioè quelli che non presentano anomalie
nel numero dei cromosomi, sembra possibile superare le limitazioni
delle pratiche classiche, che prevedono una selezione degli embrioni
da trasferire in utero soltanto su base morfologica. Il
trasferimento degli embrioni euploidi, che sono anche i più vitali,
consente di aumentare il tasso di successo in pazienti che avrebbero
ben poche chance di portare a termine una gravidanza con le tecniche
classiche.
In aumento è anche il numero di interventi per creare donatori di
cellule staminali HLA compatibili, come quello che ha portato alla
nascita dei fratellini di Luca.
La presenza di geni HLA identici tra
donatore e ricevente infatti è un requisito indispensabile per far
sì che le cellule staminali si insedino e sopravvivano. Il più
grande studio sul trapianto di midollo per le emoglobinopatie
(malattie ereditarie dovute a errori nella sintesi dell’emoglobina
come talassemia e anemia falciforme) comprende oltre 1000 pazienti e
presenta una percentuale di successi superiore all’80% per pazienti
con età inferiore a 17 anni. Tuttavia a causa della dimensione
ridotta dei nuclei familiari solo un terzo dei pazienti dispone di
una sorella o di un fratello HLA -identico. Il 3% degli esclusi può
trovare un donatore con uno o due aplotipi ancestrali identici
utilizzando una ricerca familiare estesa. Per gli altri l’unica
possibilità è l’identificazione di un donatore non imparentato
attraverso l’utilizzo di appositi registri nazionali.
Il trapianto di cellule staminali del
cordone ombelicale ha il potenziale di espandere ulteriormente il
pool dei donatori per i pazienti che non trovano la combinazione
genetica giusta in famiglia. Questo approccio è stato già utilizzato
per 2500 bambini e oltre 1000 adulti. Il trapianto di cellule
staminali del cordone ombelicale consente un grado di diversità
maggiore dei geni HLA tra donatore e ricevente, ma la disponibilità
di unità che derivano da un fratello HLA identico offre maggiori
garanzie, consentendo trapianti più precoci e un minor rischio di
complicazioni e mortalità legata al trattamento. Disporre di un
fratello donatore HLA identico è di particolare utilità per i
pazienti affetti da anemia di Fanconi - una malattia spesso fatale
di cui esiste un cluster in provincia di Benevento - che le cellule
del cordone ombelicale consentono di trattare con successo in oltre
l’85% dei casi. La nascita del primo bambino-donatore, che è
avvenuta nel 2000 nel centro di Chicago ad opera di uno dei due
autori di questo articolo, è servita proprio a trattare una bambina
affetta da anemia di Fanconi (Preimplantation diagnosis for Fanconi
anemia combined with Hla matching, Verlinsky et al., Jama, vol. 285,
pp. 3130-3133, 2001).
Prima le coppie con un figlio affetto
da questa malattia erano costrette ad affidarsi alla lotteria
genetica della riproduzione naturale, tentando il concepimento di un
altro figlio che fungesse da donatore e valutando la compatibilità
HLA solo a gravidanza avanzata grazie a villocentesi e amniocentesi.
In questo modo sono state avviate più di 80 gravidanze, di cui una
nel 1988 ha portato al primo trapianto di cellule del cordone
ombelicale coronato da successo (Hematopoietic reconstitution in a
patient with Fanconi’s anemia by means of umbilical-cord blood from
Hla-identical sibling, Gluckman E. et al., New England Journal of
Medicine, Vol. 321, pp. 1174-1178, 1989).
La probabilità teorica di avere un
bambino sano e allo stesso tempo dotato dei geni HLA compatibili
però è soltanto di uno su cinque. Addirittura studi condotti sugli
embrioni hanno evidenziato che la probabilità reale diventa di circa
uno su otto. Molte di queste famiglie perciò hanno dovuto affrontare
gravidanze ripetute, ritardando il trapianto e rischiando di dover
scegliere la dolorosa strada dell’aborto nel caso i feti fossero
risultati malati. In confronto la diagnosi genetica preimpianto
offre vantaggi più che evidenti, perché consente di testare un
numero sufficiente di embrioni per volta, aumentando le possibilità
di trovare quello con le caratteristiche adatte per la donazione. Ma
soprattutto la PGD permette di identificare questo embrione prima
che venga avviata una gravidanza, eliminando il rischio che vengano
abortiti i feti che non risultano HLA compatibili. Un convegno che
si è svolto a Cipro di recente ha consentito di fare il punto sulla
diffusione di questo approccio, che tecnicamente viene definito “PGD
for HLA matching o Preimplantation HLA matching” ed è già stato
applicato in 4 paesi - Stati Uniti, Australia, Belgio e Turchia
(analisi condotta da un gruppo di ricercatori italiani, “ospitati”
in un centro di Istanbul in quanto la legge 40 non lo consente)
La maggioranza dei 147 cicli
effettuati ha riguardato casi di talassemia e anemia di Fanconi ma
la lista di malattie interessate è lunga ed è destinata a crescere.
Circa l’80% delle coppie si è rivolta ai centri di Chicago e
Istanbul, che hanno già visto nascere 15 bambini potenziali donatori
per i fratelli bisognosi di un trapianto di midollo osseo (Preimplantation
Hla typing and stem cell transplantation; report of international
meeting, Cyprus, 27-28 March, 2004, Kuliev A. e Verlinsky Y., RBM
Online, Vol. 9, N. 2, pp. 205-209, 14 giungo 2004). Tra questi casi
ce ne sono anche alcuni per i quali è stato eseguito soltanto il
test di compatibilità HLA, perché l’embrione non era a rischio di
malattie genetiche. I fratelli in attesa di trapianto, infatti,
erano affetti da malattie non ereditarie come leucemia e anemia
sporadica di Diamond-Blackfan. Considerazioni di tipo etico hanno
reso più difficile l’accesso di questi piccoli pazienti ai trapianti
salva-vita: nel caso delle malattie ereditarie infatti la diagnosi
genetica preimpianto serviva anche per assicurare la salute del
concepito oltre che a garantire l’istocompatibilità per la
donazione, mentre per malattie non ereditarie il nuovo nato non
trarrebbe alcun vantaggio dalla tecnica utilizzata per concepirlo.
E’ così che nell’aprile del 2003 l’authority britannica - Human
Fertilisation & Embryology Authority - ha dato il via libera per
eseguire la Preimplantation HLA matching per curare un bambino
talassemico mentre l’anno prima aveva respinto un’analoga richiesta
presentata dai genitori di un piccolo malato di anemia di
Diamond-Blackfan. La coppia inglese perciò ha dovuto recarsi negli
Stati Uniti e il bambino è in corso di guarigione grazie al
trapianto di midollo osseo donato dal fratellino di un anno (Preimplantation
Hla testing, Verlinsky et al., Jama, Vol. 291, N. 17, pp. 2079-2085,
5 maggio 2004).
Da allora però si sono accumulati
dati secondo cui i rischi corsi dagli embrioni durante la biopsia
effettuata per eseguire la diagnosi genetica preimpianto sono minimi
e nel luglio di quest’anno l’authority britannica ha annunciato la
caduta del divieto. In Italia invece la legge 40 sulla fecondazione
assistita non solo ha messo fuori legge la Preimplantation HLA
matching, spingendo 10 coppie a rivolgersi all’estero. Ma ha vietato
tutti i tipi di diagnosi genetica preimpianto, per le coppie a
rischio di malattie genetiche, traslocazioni, malattie a insorgenza
tardiva e aneuploidie, frustrando il desiderio di genitorialità di
migliaia di coppie e ponendo inutili ostacoli per la salute di
migliaia di bambini. Segue:
La Diagnosi Preimpianto dopo l’approvazione della legge 40/2004

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